Addio cicatrici. Capillari e vene varicose si operano con il laser a diodi

Roma, 27 luglio 2015 – Arriva il rimedio chirurgico non invasivo per la cura di capillari, venuzze, gonfiori e vene varicose: il laser a diodi, lo strumento più moderno e accurato per affrontare e risolvere i problemi venosi grazie al quale la chirurgia vascolare è diventata sempre meno invasiva e dolorosa.

[easy_ad_inject_1]In estate affrontare i problemi venosi, in particolare per le donne, non è cosa da poco, visto l’incubo cicatrici che metterebbe a rischio la già dura prova costume. Basta già solo questo pensiero a farsi scoraggiare nella dura decisione che occorre prendere su un eventuale intervento chirurgico per risolvere un problema di salute delle gambe che non andrebbe affatto trascurato.

“In presenza di segni quali: senso di peso, gonfiore e capillari evidenti la prima cosa da fare è un ecodoppler, indagine non invasiva che consiste nella misurazione del grado di insufficienza venosa presente, ossia quella condizione per cui le minuscole valvole presenti all’interno dei vasi non riescono a pompare verso l’alto il sangue e la localizzazione precisa dei punti di reflusso”

spiega il Professor Carlo Spartera, Responsabile del Reparto di Chirurgia Vascolare della casa di cura Villa Valeria di Roma.

I disturbi della circolazione tendono a progredire e a farsi sentire. Gonfiore, irrequietezza, difficoltà a dormire, sino al dolore intenso sono campanelli d’allarme di un’insufficienza venosa cronica in agguato. Secondo le più recenti stime si tratta di una condizione che colpisce il 25% delle donne ma che non risparmia i maschi con una incidenza del 15%, situazione che peggiora con l’avanzare dell’età, interessando il 50% degli ultra 50enni.

Oggi la tecnologia ha fatto davvero enormi passi avanti facendo sì che la chirurgia vascolare sia sempre meno invasiva e dolorosa. L’intervento chirurgico per trattare le vene varicose con il laser a diodi evita di dover effettuare tagli e quindi la formazione di cicatrici. Il laser funziona in maniera specifica su alcune componenti del sangue: il raggio raggiunge l’interno della parete venosa senza danneggiare in alcun modo i tessuti circostanti.

Il Professor Spartera spiega che bisogna decidersi per tempo e ricorrere a questo tipo di intervento appena possibile poiché le varici, tendono a peggiorare e ad avere tra i fattori di rischio la gravidanza, l’età e la menopausa a causa della mancata protezione degli estrogeni. Quando le vene sono sfiancate e mostrano quel tipico aspetto a grappolo dell’insufficienza venosa di lungo corso è più difficile raggiungere un risultato estetico ottimale.

“L’intervento prevede una minuscola incisione all’interno della quale si fa passare una sottilissima sonda che emette il raggio laser, il cui operato viene seguito dall’esterno tramite monitor grazie al costante controllo di un eco-doppler. Il laser agisce sulla parete interna della vena, colpendo selettivamente alcune proteine che la compongono e ‘chiudendola’ quasi fosse sigillata. Un approccio conservativo rispetto al tradizionale approccio di rimozione della safena e delle sue collaterali. Si tratta di un intervento che dura tra i 30 e i 45 minuti con anestesia locoregionale e sedazione per il massimo comfort del paziente. Le percentuali di successo sono impensabili con le tecniche tradizionali e raggiungono il 90-95% con una percentuale di recidive del 5%. In uso da oltre 15 anni la metodica, chiamata EVLT (EndoVenous Laser Treatment) è in costante progressivo aumento, con il 70% dei trattamenti eseguiti in ‘one day surgery’ o ricovero diurno anche grazie alla virtuale assenza di complicanze attestata dall’autorità americana di controllo dei farmaci, degli alimenti e dei dispositivi medici (FDA). Anche il decorso post operatorio è rispettoso sia della qualità di vita che delle esigenze del paziente che può tornare a camminare dopo qualche ora. La novità è che ora possiamo trattare con questa tecnica anche le grandi vene come le safene, circa il 75% dei casi sono trattati con il laser, risparmiando l’invasività dell’accesso inguinale”,

ha spiegato il Professor Carlo Spartera.

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Autore: Vincent Dimaggio

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