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Aumentano i malati di Alzheimer: una speranza da Verona contro le placche di beta-amiloide

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Milano, 18 settembre 2015 – I malati di Alzheimer sono in continuo aumento e spesso le famiglie non sono adeguatamente informate e supportate. In particolare, l’esito dei trattamenti farmacologici troppo spesso genera difficoltà di gestione dei pazienti stessi e quindi innesca un meccanismo contorto di malessere dei malati e dei familiari, di insoddisfazione dei familiari che tentano di capire, di aiutare il proprio caro, ma non sempre vengono in questo sostenuti ed i bisogni crescono, come quello di essere assistiti a domicilio e di essere ascoltati da qualcuno competente e non giudicante.

[easy_ad_inject_1]E’ innanzi tutto questo il messaggio che si vuole lanciare in occasione della XXII Giornata mondiale dell’Alzheimer: pazienti e famiglie che li assistono non devono essere lasciati soli. Ogni anno nel mondo vengono diagnosticati oltre 9,9 milioni di nuovi casi di demenza, cioè uno ogni 3,2 secondi, e tra questi la malattia di Alzheimer rappresenta il 50-60% circa del totale. Stando alle cifre e ai dati diffusi dal Rapporto Mondiale Alzheimer 2015, solo in Italia le persone con demenza sono 1.241.000, destinate a diventare 1.609.000 nel 2030 e 2.272.000 nel 2050, e i costi di queste malattie aumentano di pari passo con l’aumento dei casi diagnosticati.

Nuove speranze per la cura dell’Alzheimer arrivano da uno studio condotto dall’Università di Verona, pubblicato su Nature Medicine, che fornirebbe un notevole contributo nella conoscenza della genesi dell’Alzheimer, facendo luce su un ruolo del tutto inaspettato dei leucociti nell’induzione della malattia.

“E’ stato scoperto che i neutrofili sono coinvolti nell’induzione della malattia in modelli sperimentali di Alzheimer ed è stata svelata la presenza di neutrofili nel tessuto cerebrale proveniente da autopsie effettuate su pazienti con Alzheimer”

ha spiegato Gabriela Constantin, docente di Patologia generale del dipartimento di Patologia e diagnostica dell’Università di Verona.

Lo studio condotto dall’Università di Padova ha, inoltre, identificato una proteina presente sui neutrofili, l’integrina LFA-1 (Leukocyte Function-Associated Antigen-1), che sarebbe in grado di mediare l’adesione dei globuli bianchi (leucociti) alla parete dei vasi sanguigni e la loro migrazione successiva nel cervello. Il blocco terapeutico di questa proteina potrebbe ridurre la formazione di placche di beta-amiloide, caratteristiche dell’Alzheimer, impedendo lo sviluppo del declino cognitivo.

Nel mondo ci sono 46,8 milioni di persone affette da una forma di demenza, una cifra che si prevede raddoppi ogni venti anni, raggiungendo 74,7 milioni di persone nel 2030 e 131,5 milioni nel 2050. Sono i dati allarmanti che emergono dal Rapporto Mondiale Alzheimer 2015, dall’Alzheimer’s Disease International (ADI), presentato dalla Federazione Alzheimer Italia.

Ogni anno vengono diagnosticati oltre 9,9 milioni di nuovi casi di demenza, cioè uno ogni 3,2 secondi. Stando alle cifre e ai dati contenuti nel rapporto, in Italia le persone con demenza sono 1.241.000, che diventeranno 1.609.000 nel 2030 e 2.272.000 nel 2050, e i costi di queste malattie aumentano di pari passo.

I numeri di questa “epidemia” parlano chiaro. A livello globale, i costi economici e sociali della demenza ammontano a 818 miliardi di dollari e ci si aspetta che raggiungano l’ammontare di 1000 miliardi di dollari nei prossimi tre anni con una crescita del 35% rispetto ai 604 miliardi di dollari calcolati nel Rapporto Mondiale 2010.

Ciò significa che, se l’assistenza per la demenza fosse una nazione, sarebbe la diciottesima economia nel mondo e il suo valore economico supererebbe quello di aziende californiane come Apple (742 miliardi) e Google (368 miliardi).

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Vincent Dimaggio
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