Consumo di sale in Italia. Studio ISS: lo determinano benessere ed istruzione

Roma, 12 settembre 2015 – Il consumo di sale in Italia è determinato anche dal livello di benessere e di istruzione. E’ quanto emerge da uno studio, realizzato nell’ambito del Programma MINISAL-GIRCS da un team di cui fanno parte anche i ricercatori dell’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare dell’ISS (Istituto Superiore di Sanità), secondo il quale la differenza del consumo di sale nelle Regioni della nostra penisola va attribuita alle diseguaglianze socioeconomiche.

[easy_ad_inject_1]Lo studio evidenzia, in particolare, come il consumo di sale sia significativamente più alto nelle regioni meridionali rispetto a quelle del centro e del nord. Le differenze rilevate sono di non poco conto, in quanto un elevato consumo di sale si traduce in differenze nei valori della pressione sanguigna e nella tendenza allo sviluppo dell’ipertensione, contribuendo ad aumentare i livelli di rischio cardiovascolare.

Per lo studio, i ricercatori hanno valutato il consumo alimentare di sodio e di potassio in un campione nazionale di popolazione adulta costituito da 3857 uomini e donne, di età compresa fra 39 e 79 anni, campionati a caso nelle 20 regioni italiane nell’ambito di un’indagine nazionale su un più vasto campione condotta tra il 2008 ed il 2012 dall’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare/Health Examination Survey dell’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con l’ANMCO-HCF (Associazione Nazionale Medici Cardiologi Ospedalieri-Fondazione per il Tuo Cuore).

I dati ottenuti hanno dimostrato, in particolare, che il consumo di sale è molto più elevato tra coloro che svolgono un lavoro manuale rispetto a chi invece riveste ruoli amministrativi e manageriali. Così avviene anche se viene preso in considerazione il fattore istruzione. Chi ha conseguito un diploma di scuola superiore o un titolo universitaria consuma meno sale rispetto a chi ha conseguito solo il diploma di scuola primaria.

I risultati dello studio hanno dimostrato che i partecipanti residenti nelle regioni del Sud Italia, specie in Calabria, Basilicata, Puglia e Sicilia, presentavano un consumo di sale stimato superiore in media a 11 grammi al giorno, di molto superiore a quello della maggior parte delle regioni del Nord e del Centro Italia.

“E’ stato, inoltre, rilevato un collegamento tra livello di occupazione ed escrezione urinaria di sodio (maggiore consumo di sale per coloro che svolgono lavori manuali) ed una relazione simile è stata trovata tra escrezione di sodio e livello di istruzione (maggiore consumo di sale per coloro che presentano un minore livello di istruzione). In definitiva, Il gradiente socioeconomico ha spiegato in larga parte la disomogeneità nella distribuzione geografica del consumo di sodio” riporta la nota stampa dell’ISS.

“Questo studio ci fornisce indicatori importanti per la costruzione di strategie mirate di informazione e prevenzione delle malattie cardiovascolari e va nella direzione auspicata dal WHO che indica proprio nella riduzione del consumo di sale alimentare uno degli obiettivi prioritari di queste strategie”

ha commentato Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità.

Hanno collaborato allo studio, tra gli altri, il Prof. Pasquale Strazzullo, Direttore del Centro di Eccellenza per l’Ipertensione Arteriosa presso l’Azienda Ospedaliera Universitaria Federico II di Napoli, responsabile del Programma MINISAL e senior author della ricerca; il Prof. Franco Cappuccio, Ordinario di Epidemiologia Cardiovascolare all’Università di Warwick (UK) e primo autore dello studio e la Dottoressa Simona Giampaoli, Responsabile dell’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare dell’ISS.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica British Medical Journal.
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Autore: Vincent Dimaggio

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