Emergenza carceri: due detenuti su tre sono malati

Cagliari, 9 giugno 2015 – Negli ultimi dieci anni la popolazione detenuta nei carceri italiani è cresciuta dell’80%. Le condizioni carcerarie dei detenuti peggiorano sempre di più a causa di strutture sovraffollate e fatiscenti che sono ormai al collasso. Un detenuto su tre è malato, questo è il dato preoccupante che è emerso dal Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria (SIMSPe) per la tutela delle condizioni di salute dei detenuti italiani, che ha riunito a Cagliari oltre 250 specialisti, italiani ed europei.

Secondo un’indagine, presentata durante il congresso dalla SIMSPe, almeno una patologia è presente nel 60-80% dei casi. Ciò significa che almeno due persone su tre sono malate. Tra le malattie più frequenti si riscontrano proprio quelle infettive, che interessano il 48% dei detenuti. Seguono i disturbi psichiatrici (32%), le malattie osteoarticolari (17%), quelle cardiovascolari (16%), problemi metabolici (11%) e dermatologici (10%).

[easy_ad_inject_1]Una situazione questa, che, nonostante l’appello di cui la SIMSPe si è fatta portavoce negli ultimi anni, non ha avuto l’effetto sperato. Gli ultimi dati rilevati sulle epatiti, infatti, mostrano la presenza di un malato di questa patologia ogni tre persone residenti in carcere. Si registrano in lieve calo, invece, i sieropositivi per Hiv anche se va sottolineato che il tasso di trasmissione stimato dalle persone HIV+ consapevoli si aggira tra l’1.7% e il 2.4%. Molto più alto, affermano gli esperti, quasi 6 volte superiore, quello stimato dalle persone HIV+ inconsapevoli, che raggiunge anche il 10%.

“Bisogna ricordare che il paziente detenuto di oggi, è il cittadino libero di domani. Tutte le informazioni di tipo scientifico ed epidemiologico, sia in Italia che all’estero, indicano sempre lo stesso punto, ossia che in carcere si concentrano persone che hanno comportamenti di vita che sono a rischio dell’acquisizione di una serie di malattie non solo infettive, ma anche di tipo metabolico, come ad esempio obesità, fumo, alcolismo; da ciò si evince evidentemente che il carcere è un ambito in cui la sanità pubblica può più facilmente intercettare persone che, una volta invece diluite nella popolazione generale, è più difficile incontrare, anche perché per il loro stile di vita spesso non hanno il bene salute nei primi posti della loro scala dei valori”

ha dichiarato il Prof. Sergio Babudieri, Coordinatore Scientifico del Congresso e Presidente della SIMSPe.

“Un recente studio fatto con la SIMIT, Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali dimostra che i pazienti affetti da infezioni da HIV sono trattati abbastanza bene all’interno delle carceri: c’è una elevata accessibilità ai trattamenti, c’è una buona capacità di monitoraggio di questi pazienti perché in quasi tutti gli istituti praticamente è possibile eseguire sia una carica virale che il monitoraggio delle funzioni immunitarie”

ha spiegato il Prof. Roberto Monarca, Presidente SIMSPe-onlus.

Uno dei problemi attualmente allo studio riguarda, in particolare, la carenza di terapie innovative nei pazienti detenuti affetti da HIV, poiché vengono spesso utilizzate per i detenuti delle terapie che sono un po’ datate.

“I nuovi farmaci, quelli più costosi, ma anche le terapie di semplificazione, hanno ancora una scarsa applicazione in ambito penitenziario e lì dobbiamo lavorare, affinché i nostri detenuti abbiano le terapie più efficaci. L’utilizzazione di solo uno o due farmaci al giorno potrebbe semplificare di molto l’organizzazione e la qualità della vita dei detenuti. Numerosi studi, sia americani che europei, dimostrano che le persone che vengono prese in carico dalle strutture esterne una volta rilasciate dal carcere hanno una minore recidività, sia dal punto di vista clinico che da quello delinquenziale. In altri termini, in questi casi più difficilmente rientrano in carcere. Quindi per interrompere quello che in gergo è definito come il ciclo di carcerazione-uscita-reincarcerazione, bisogna intervenire proprio garantendo la continuità terapeutica per il detenuto tornato in libertà”

commenta il Prof. Roberto Monarca

La diffusione di malattie nelle carceri dipende anche dalla qualità e dallo stato delle strutture restrittive. La maggior parte delle carceri hanno dei tratti comuni che non aiutano a prevenire il rischio di infezioni e di insorgenza di malattie infettive. Spesso bagno e cucina si trovano nello stesso ambiente, il cambio di lenzuola viene effettuato ogni 15 giorni, bagno alla turca o water separati gli uni dagli altri da un muretto alto appena un metro, strutture fatiscenti. Per non parlare poi del personale delle strutture carcerarie che è tutt’oggi insufficiente, gli assistenti sociali sempre meno di quanti ne occorrano. L’assistenza sanitaria, inoltre, può risultare spesso di pessima qualità.

Sono detenuti, ma in primo luogo sono dei pazienti. La peculiarità della medicina penitenziaria è che anche le persone che sono sane ricadono sotta la giurisdizione del magistrato di sorveglianza che ha la responsabilità della loro salute; peraltro, per sapere che una persona non è malata è necessario comunque un atto medico. Quindi stiamo parlando di 60mila persone giornalmente in carcere e di circa 100-110mila che sono transitate nel sistema penitenziario italiano nel corso di ogni anno: una popolazione simile ad una media città italiana che ha una serie di forti esigenze in tema di salute”

ha detto il Prof. Sergio Babudieri.

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