Epatite B. Al San Raffaele osservato dal vivo lo sviluppo della malattia

Milano, 18 aprile 2015 – I ricercatori dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano hanno osservato dal vivo, per la prima volta al mondo, lo sviluppo dell’Epatite B grazie ad una tecnica a dir poco rivoluzionaria che ha consentito di osservare dall’interno e in tempo reale, in diretta per dirla in gergo televisivo, come i linfociti circolanti riescano a fermarsi nei capillari del fegato e da lì a riconoscere e distruggere le cellule infettate dal virus dell’epatite B.

La tecnica di microscopia in vivo, definita microscopia intravitale, è stata sviluppata nei laboratori di Luca G. Guidotti, responsabile del laboratorio di Immunopatologia e vice-direttore scientifico dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, e Matteo Iannacone, responsabile del laboratorio di Dinamica delle risposte immunitarie sempre del San Raffale. I passaggi dello sviluppo della malattia sono stati osservati in sequenza reale e decritti meticolosamente in un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Cell.

[easy_ad_inject_1]Grazie a questa nuova tecnica di osservazione, gli scienziati hanno potuto vedere come reagisce il sistema immunitario quando viene attaccato dal virus dell’epatite B, combattendo l’infezione e provocando danni al fegato. Ciò che danneggia il fegato, infatti, non è il virus che agisce non attaccando direttamente l’organo e le sue cellule, che piuttosto utilizza per replicarsi, ma i linfociti citotossici, particolari globuli bianchi del sangue, che circolano come delle sentinelle nei vasi dei tessuti alla ricerca di cellule “malate” da distruggere (infettate da virus o tumorali). Questo attacco difensivo, innescato dal sistema immunitario, è causa dei sintomi della malattia, come l’ittero.

“La capacità di osservare direttamente ciò che succede in vivo, come se stessimo guardando immagini tratte dal film Viaggio Allucinante, tratto da un libro di Asimov, è un cambio di paradigma molto rilevante per la ricerca biomedica, perché ci permette di studiare direttamente le patologie nel loro divenire invece di ricostruirle a posteriori. È un po’ come se un meccanico miniaturizzato fosse dentro il motore di una macchina per vedere esattamente dove si trova il guasto”

spiegano Guidotti e Iannacone.

Poter osservare questi fenomeni dal vivo ha permesso ai nostri bravi scienziati italiani di dimostrare come le piastrine (piccole cellule del sangue) avvertono i linfociti che c’è qualcosa non va. In questa fase, le piastrine costruiscono una specie di “tappeto appiccicoso” che intrappola i linfociti e ne blocca la corsa nel sangue. Una volta arrestatesi su questo tappeto appiccicoso creato dalle piastrine, i linfociti si staccano e iniziano a scorrere lentamente nei capillari, anche in senso contrario al flusso sanguigno.

La permanenza all’interno del vaso permette ai linfociti di continuare a svolgere la loro azione difensiva. Gli scienziati hanno osservato che mentre scorrono i linfociti citotossici mentre continuano ad infilare i loro sottili tentacoli (di un diametro 10,000 volte più piccolo di un millimetro) attraverso piccole fenestrature poste nella parete dei capillari, perlustrando così l’ambiente sottostante.

“Quando poi arrivano a identificare la cellula malata, al di là della parete del vaso, i linfociti usano i tentacoli per trasportare tossine mortali nella cellula malata, mantenendo però il proprio corpo all’interno del vaso”

spiega Guidotti.

Gli scienziati spiegano che, nelle infezioni acute causate dal virus dell’epatite B (HBV) i numerosi linfociti citotossici riescono ad eliminare il virus ma ciò provoca danni anche seri al fegato. Nelle infezioni croniche invece i linfociti citotossici sono pochi e poco efficienti e non riescono ad eliminare il virus dell’epatite B ma mantengono una malattia epatica blanda e continua. Situazione questa che, col tempo, porta a complicanze come la cirrosi epatica e il cancro del fegato.

L’insorgenza della cirrosi, spiegano gli scienziati, può essere un fattore di predisposizione per l’insorgenza del cancro al fegato. In questa condizione, infatti, i linfociti citotossici che scorrono all’interno dei capillari epatici non riescono più a infilare i loro tentacoli nelle fenestrature e questo limita in modo determinante la loro capacità di identificare e distruggere le cellule malate al di là della parete dei capillari. Ciò permette alle cellule malate di crescere e moltiplicarsi indisturbate, fino a raggiungere lo stato di forme più aggressive, come quelle tumorali.

“Le nostre tecniche di microscopia intravitale stanno illustrando lo svolgersi della malattia epatica in modi finora inimmaginabili e sicuramente queste informazioni aiuteranno lo sviluppo di nuove terapie per l’epatite B. Non solo, queste tecniche permetteranno una miglior comprensione di altre patologie epatiche di natura virale, batterica, parassitaria o tumorale per le quali non disponiamo ancora di adeguate terapie”

concludono Guidotti e Iannacone.
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Autore: Donato Paolino

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