Ictus: negli Usa il 73% dei giovani non ne riconosce i sintomi

Los Angeles, California (USA), 14 gennaio 2016 – Riconoscere in tempo i sintomi di un ictus è fondamentale per i pazienti ma secondo quanto emerge da un recente studio americano condotto dal Ronald Reagan Ucla Medical Center di Los Angeles, negli Stati Uniti, ben il 73% degli under 45 sottovaluta rischi e sintomi dell’ictus mettendo a rischio la propria vita.

Ancora più inquietante è il fatto che molti affermano che avrebbero probabilmente aspettato che i sintomi, come debolezza, intorpidimento, difficoltà a vedere o a parlare, diventassero più evidenti prima di recarsi in ospedale e rendersi conto che si trattava di un ictus cerebrale potenzialmente mortale.

La maggior parte delle persone sottovaluta l’urgenza dei sintomi di un ictus ma le prime tre ore dalla comparsa, appunto dei sintomi di un ictus sono fondamentali per il trattamento del paziente. Quelle tre ore rappresentano la cosiddetta “finestra d’oro” e proprio in questo intervallo di tempo è necessario che il paziente raggiunga l’ospedale per essere sottoposto a trattamenti che siano in grado di ridurre al minimo i danni al cervello o di invertirne i danni, ripristinando il flusso di sangue al cervello.

Fare passare più tempo prima di andare in ospedale e sottovalutare i sintomi dell’ictus può causare la morte o invalidità permanenti del paziente.

I dati provengono da un sondaggio commissionato dal Ronald Reagan University of California, Los Angeles, Medical Center. Tale indagine nazionale prevedeva risposte da 1.009 persone, 466 delle quali avevano meno di 45 anni. Senza capire il pericolo dei sintomi, la stragrande maggioranza di queste persone più giovani, il 73%, dicono che non avrebbero cercare aiuto immediato.

“Un trattamento tempestivo per l’ictus è probabilmente più importante che per qualsiasi altro problema medico. C’è una finestra molto limitata per iniziare la cura perché il cervello è molto sensibile alla mancanza di flusso sanguigno e più i pazienti attendono, più devastanti saranno le conseguenze”

spiega David Liebeskind, professore di neurologia, uno degli autori dello studio.

Autore: Donato Paolino

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