Pensioni Inps e flessibilità. Tito Boeri: “6 milioni di pensionati con meno di 1000 euro al mese”

Sono quasi 6mln i pensionati Inps che percepiscono un assegno mensile sotto i 1.000 euro. E’ quanto emerge dal rapporto annuale dell’istituto di previdenza sociale presentato dal presidente Tito Boeri. Il part time agevolato verso l’uscita per le persone a meno di 3 anni dalla pensione entrato in vigore il 2 giugno ha visto coinvolte poco più di 100 persone. L’abolizione dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori non ha causato l’aumento del numero dei licenziamenti. Anzi, lo scorso anno sono diminuiti del 12%.

Part time agevolato: per Boeri sostanzialmente questo strumento partito il 2 giugno scorso per permettere a chi è vicino alla pensione di concordare con l’azienda una riduzione dell’orario praticamente non è partito: si sono registrate in tutto solo 85 adesioni nel suo primo mese di applicazione su 238 domande presentate. Ci sarebbero 84 domande respinte mentre 69 sono ancora in giacenza.

Con il part-time agevolato il lavoratore può chiedere di lavorare tra il 40 e il 60% in meno percependo in busta paga, oltre alla retribuzione per l’attività per l’orario ridotto svolto, anche una somma di denaro esente dall’Irpef pari ai contributi che il datore di lavoro avrebbe pagato sullo stipendio pieno.

Boeri ha parlato di partenza “rallentata“, anche se non si può dare un giudizio definitivo in quanto si parla di dati “da considerarsi poco significativi“. C’è dunque da attendere per capire se il part-time agevolato abbia un senso.

Pensionati: quanto percepiscono di pensione? – I pensionati in carico all’Inps sono 15,6 milioni con un assegno medio mensile di 1.464,41 euro e un importo complessivo annuo del reddito pensionistico di 275,258 miliardi di euro.

Sei milioni di pensionati percepiscono meno di 1000 euro al mese, praticamente il 38% del totale dei pensionati. Un milione di pensionati, il 6.5% del totale, percepiscono più di 3mila euro al mese. 3,4 milioni, il 22%, percepiscono tra i 1.000 e i 1.500 euro al mese, mentre 2,8 milioni, il 18,1%, prendono di pensione tra i 1.500 e i 2000 euro mensili. Infine 2.4 milioni di pensionati, il 15.4% del totale, percepisce mensilmente una somma compresa tra i 2000 e i 3000 euro.

Gli immigrati portano tanti soldi – Boeri ha rivelato che dagli immigrati arriva per l’Inps un saldo positivo di 5 miliardi per l’Italia in quanto versano ogni anno 8 miliardi di contributi per riceverne solo 3 in termini di pensioni e altre prestazioni con un saldo netto per il Paese di ben 5 miliardi di euro. .
Come dire che buona parte della pensione degli italiani la pagano proprio i lavoratori immigrati.

Pensione anticipata e flessibilità in uscita: Boeri, confermando il suo orientamento più volte espresso anche in passato, si è detto certamente favorevole ad attuare la flessibilità di uscita dal lavoro ma, ha rilevato il presidente Inps, i correttivi alla legge Fornero, a partire dalle sette salvaguardie “appaiono molto costosi e inadeguati”. “Le salvaguardie hanno eroso fino a un sesto dei risparmi conseguiti dalla riforma del 2011 e questo senza contare gli alti costi amministrativi di queste misure sia a livello centrale che sul territorio” ha spiegato Boeri “sarebbe paradossale che il confronto in atto fra governo e sindacati sulla flessibilità in uscita si concludesse ancora una volta con interventi estemporanei e parziali“: “Perpetrare il ritardo nel trovare soluzioni sostenibili rischia di alimentare ancora il ricorso a soluzioni inique e onerose, ovvero a soluzioni estemporanee e scarsamente efficaci”.

Confronto governo e sindacati sulla riforma pensioni – “Sarebbe paradossale ha detto Boeri – che il confronto in atto sulla flessibilità in uscita si concludesse ancora una volta con interventi estemporanei e parziali”. “Ci aspettiamo attenzione da chi, politici e soprattutto sindacati, dovrà alla fine presentare le varie opzioni ai lavoratori” ha affermato. “L’obiettivo di fondo delle riforme che vogliono introdurre flessibilità in uscita e’ quello di garantire maggiore libertà di scelta consapevole senza aumentare il debito pensionistico e senza creare generazioni di pensionati poveri. L’obiettivo non dovrebbe essere certo quello di spingere più persone possibile ad uscire dal mercato del lavoro”.

Jobs Act: forte incremento di assunzioni – Boeri ha spiegato che il Jobs Act tanto voluto da Renzi è stato un successo: “c’è stato un forte incremento nella quota di assunzioni con contratti a tempo indeterminato ai danni dei contratti a tempo determinato. Il numero dei contratti senza una data di scadenza è aumentato del 62%, addirittura del 76% per i giovani con meno di 30 anni. In questa fascia di età la percentuale di occupati con contratti a tempo determinato o stagionali è scesa dal 37% al 33%”.

L’augurio è che il trend prosegua e che si ripetano anni positivi come quello passato “per riassorbire i livelli inaccettabili della disoccupazione giovanile e per capitalizzare sulla stabilizzazione, legando le assunzioni con contratti a tempo indeterminato a investimenti in formazione sul posto di lavoro, in modo da creare lavori più produttivi e meglio retribuiti”.
Sebbene nel 2016 ci sia stato un netto calo “fisiologico” delle assunzioni “il numero di contratti a tempo indeterminato è aumentato di più di mezzo milione nel 2015″ e “sembrano destinati nel 2016 a stabilizzarsi su questi livelli più alti. Difficile che, dopo il grande balzo del 2015, possano crescere ulteriormente quest’anno tenendo conto della lenta ripresa della nostra economia”. Sull’altro fronte, “l’incidenza dei licenziamenti nel 2015 è diminuita del 12% rispetto all’anno precedente, molto di più di quanto ci si sarebbe potuto aspettare alla luce del miglioramento del quadro congiunturale”.

Contratti a tempo indeterminato che nella realtà sono part-time – “quattro lavoratori su 10 assunti con contratti a tempo indeterminato hanno impieghi part-time” rivela Boeri. “E una quota importante degli impieghi full-time e comportano meno di 312 giorni remunerati direttamente dall’impresa all’anno. Può essere un modo surrettizio per ridurre il costo del lavoro, agendo sugli orari anziché sui salari”.

I vaucher raramente comportano emersione di lavoro nero – il boom dei vaucher lavoro in molti casi mascherano lavoro nero. “Non è da oggi che sottolineiamo le patologie sottese al boom dei voucher per il lavoro accessorio. Solo poco più di un voucher su dieci corrisponde a un secondo lavoro e, in non pochi casi (in 4 casi su 10), rappresenta l’unica fonte di reddito“. ha spiegato Boeri “Raramente il voucher comporta emersione di lavoro nero”, come sostiene invece il governo che all’inizio di giugno ha varato un decreto per rendere tracciabili i buoni.

La reazione dei sindacati – La CGIL di Susanna Camusso, in una nota fa sapere che “Il presidente ha accuratamente evitato di approfondire il lavoro svolto dall’Ente nei suoi compiti istituzionali e di avanzare soluzioni condivise ai molti problemi aperti nell’istituto. E’ infine singolare che nel XV rapporto l’analisi del sistema previdenziale – core business dell’istituto – sia relegata in un’appendice”.

Il segretario confederale della Cisl, Maurizio Petriccioli ha dichiarato “I dati confermano come sia necessario mantenere aperta una riflessione sull’adeguatezza dei trattamenti pensionistici presenti e futuri” . “Occorre lavorare alla individuazione di un nuovo meccanismo di perequazione, completare la equiparazione della no tax area dei pensionati al livello di quella dei lavoratori dipendenti e sostenere i trattamenti pensionistici tramite la riduzione del carico fiscale”.

Autore: Vincent Dimaggio

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