Primo maggio, Mattarella: creare lavoro è dovere costituzionale

Cosa lascia il primo maggio nelle coscienze delle persone nei prossimi 365 giorni dell’anno non è dato misurarlo con certezza: come tutti i primo maggio si ricordano i comizi in piazza dei sindacati maggiori, il concertone.

Ma tra le diverse vibrazioni dei diversi modi di far risuonare la parola “lavoro”, merita di essere ricordata quella provenuta dal nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che con le sue parole è andato oltre la celebrazione della Festa dei Lavoratori al Quirinale.

Un saluto Mattarella lo rivolge doverosamente anche ai sindacati in piazza e ai tanti giovani che affluivano al concertone: “un saluto cordiale ai lavoratori che sono riuniti a Genova nella tradizionale manifestazione di Cgil, Cisl e Uil”, “un saluto e un augurio a tutte le organizzazioni sindacali”, e ancora “un augurio pieno di affetto alle migliaia di giovani che si troveranno festosamente insieme in piazza San Giovanni per il concertone tradizionale”.

Dopo il saluto la musica, non quello della Piazza San Giovanni, ma quella verbale del Capo dello Stato che con la sua autorevolezza unita al suo modo mite di parlare fanno risuonare con maggiore efficacia concetti che in altre epoche passate molti acquisivano quasi per “cerimoniale dovuto”.

Da troppi anni lavoro è sinonimo anche precarietà e proprio ai lavoratori precari, coloro che percepiscono meno e che non sanno fino a quanto potranno portare un surrogato di stipendio a casa, il primo cittadino della Repubblica Italiana dedica importanti parole, ferme, risolute: “Non possiamo assistere inerti allo spreco di larga parte di una generazione. L’Italia non può permetterselo”.

Non deve certo permetterselo così come il doppio lavoro o come dice Mattarella il “doppio impegno” di tante donne costrette a non trovare pausa tra lavoro aziendale e lavoro familiare. Negli anni d’oro un solo stipendio bastava a soddisfare le esigenze di una vita dignitosa per tutta la famiglia e l’altro coniuge poteva curare l’educazione e la crescita della prole.

Quei tempi appartengono ai libri di storia. “Non è vero che il lavoro delle donne va a scapito della famiglia. È vero il contrario, senza il lavoro delle donne non si formano le famiglie di giovani…” ricorda Mattarella.

Sul lavoro c’è sempre da fare anche a livello politico e istituzionale: “abbiamo un cammino lungo e impegnativo davanti a noi, e non ci sono ricette facili, non c’è un provvedimento di per sé risolutivo della complessità dei problemi”. “Alcune misure sono state adottate, su altre il confronto è avviato: non è mio compito entrare nel merito degli opportuni aggiustamenti al sistema previdenziale o del riordino del sistema fiscale”. “Il lavoro c’è a 55 anni ma non a 25”. Alla “generazione più istruita di tutte quelle precedenti, che è posta al margine proprio dalla società e dal mercato che pretendono più conoscenze più saperi”.

Quella generazione che cerca di istruirsi al meglio con Erasmus, andando all’estero e troppo spesso restandoci, perché quel biglietto e di sola andata: Mattarella vuole ricordare: i “troppi giovani che lasciano il nostro Paese per necessità e non per scelta”. Ma è bene anche dire che è «ricca e stimolante la mobilità dei giovani, il loro sentirsi cittadini italiani ed europei». Ma poi il presidente ha anche aggiunto che «in questo scambio di umanità e di intelligenze, l’Italia non deve impoverirsi. Dare e ricevere, andare tornare, aprire le nostre università, le nostre imprese, le nostre istituzioni per attrarre talenti mentre i nostri giovani studiano e lavorano in altri Paesi con successo: questo è il tessuto connettivo dell’Europa che vogliamo”.

Mattarella ricorda anche le vittime di questa voglia di studiare all’estero, le studentesse morte sul bus in Catalogna, Valeria Solesin vittima degli attentati di Parigi e Giulio Regeni per il quale l’Italia tutta chiede all’Egitto verità: “Li voglio accumunare – ha detto il presidente – perché amavano ciò che stavano facendo e pensavano che la serietà dello studio avrebbe aperto, per loro è per altri, la strada per un lavoro utile alla società”.

Celebrare il lavoro significa celebrare anche coloro che sono caduti sul lavoro e per il lavoro, quelle che sui giornali leggiamo come “morti bianche”: “Sono inaccettabili i morti sul lavoro – ha detto Mattarella – quale che sia il loro numero: anche una soltanto è inaccettabile». Lo sfruttamento, il caporalato è il lavoro nero- ha concluso il presidente della Repubblica – «sono piaghe da sdradicare con l’impegno di tutti, con strumenti adatti è un attento monitoraggio (riferito ad alcuni contratti atipici e al delicato e permeabile meccanismo del pagamento delle prestazioni con i vaucher, ndr) dell’uso distorto di norme esistenti”.

E ai familiari di due vittime del lavoro sono state consegnate le Stelle al merito del lavoro alla memoria. La prima in ricordo di Francesco Zaccaria, operaio dell’Ilva di Taranto di 29 anni, morto nel 2012. La seconda in ricordo di Pierlucio Tinazzi, motociclista della società del Tunnel del Monte Bianco, morto nel 1999.

Autore: Vincent Dimaggio

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