Riforma pensioni: Il governo frena sulle pensioni, l’Europa condivide, la Ragioneria spiega

Roma, 14 settembre 2015 – C’è ancora tanta delusione ad parte dei cittadini sulla notizia recente secondo la quale il Governo avrebbe frenato sulla riforma pensioni, data da tanti beninformati praticamente per certa nella prossima legge di stabilità e invece ora “problema” da rimandare a data da destinarsi.

[easy_ad_inject_1]I paletti dell’Europa sull’equilibrio dei conti sono le parole d’ordine con cui il governo deve affrontare il tema delle pensioni che oggi si basa su una legge Fornero tanto voluta dall’Europa ed eseguita da Mario Monti e che toccarla incidendo in qualche modo sui conti pubblici potrebbe incrinare i rapporti della credibilità del sistema Italia. Matteo Renzi ha promesso l’abbassamento delle tasse sulla casa (e anche qui l’Europa ha avuto di che dire) e la coperta è molto corta. O si abbassa casa e irpef o si mette mano alla riforma delle pensioni che Renzi comunque promette “Si farà”.

Ipotesi Boeri e Damiano poco conta. Si deve capire qual’è l’ipotesi Europa che già ha dovuto accettare di malgrado il DL 65/2015 che, tra le diverse disposizioni, contiene, all’art. 1, la norma attuativa dei principi enunciati dalla sentenza della Corte costituzionale n. 70 del 2015 che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale del primo periodo del co. 25 dell’art. 24 del DL 201/2011 nella sua versione originaria che prevedeva, per gli anni 2012 e 2013, il non riconoscimento dell’indicizzazione ai prezzi per le pensioni di importo superiore a 3 volte il trattamento minimo. Il DL 65/2015, all’art. 1, ha provveduto a ridisciplinare il riconoscimento dell’indicizzazione relativa agli anni 2012 e 2013 in coerenza con i principi stabiliti dalla sentenza, coniugando il necessario rispetto degli obiettivi programmatici di finanza pubblica con i principi di proporzionalità, adeguatezza dettati dalla Consulta.

Tanto è spiegato tra l’altro dal rapporto “Tendenze di medio-periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario” elaborato dalla Ragioneria generale dello Stato che contiene dati sovrapponibili sia sullo scenario nazionale ma anche su quelli definitivi in sede europea e più precisamente presso il comitato di politica economica del Consiglio Ecofin (Economic policy committee – Working group on ageing, in sigla Epc-Wga).

Nel Rapporto si legge chiaramente che le previsioni sono state elaborate a marzo del 2015, prima di rimediare alla Sentenza della Corte Costituzionale
che avrà i seguenti effetti rispetto al quadro di finanza pubblica previsto a legislazione vigente nel DEF: maggiore onere, al lordo effetti fiscali, pari a circa 24,1 mld di euro per il 2015 (relativi al periodo 2012-2015), di cui circa 6,85 mld come competenza 2015 avente carattere strutturale, sebbene leggermente decrescente negli anni successivi (per il 2016, l’onere è stimabile in circa 6,7 mld); al netto degli effetti fiscali, l’impatto peggiorativo sui saldi di finanza pubblica è valutabile in circa 17,6 mld di euro per l’anno 2015 (relativi al periodo 2012-2015), di cui circa 4,5 mld di euro come competenza 2015 avente carattere strutturale per gli anni successivi, sebbene con tendenza leggermente calante (per il 2016, l’onere è stimabile in circa 4,4 mld).

Oltre a questi dati, anche facendo finta che non ci sia stata alcuna sentenza della Corte la stima della spesa si discosta significativamente da quella che emerge dal modello nazionale a partire dal 2020 circa e la divergenza tocca un picco massimo dello 0,7 per cento del Pil nel 2032, per poi essere riassorbita progressivamente nei decenni successivi.

Dopo una fase iniziale di crescita, esclusivamente imputabile alla recessione economica che è proseguita anche nel 2014, la spesa per pensioni in rapporto al PIL flette gradualmente fino a raggiungere il 15% nel 2027. Negli anni successivi, dopo un quinquennio di relativa stabilità, si apre una nuova fase di crescita che si protrae fino al 2044 dove il rapporto raggiunge il 15,5%. Da qui in poi, il rapporto spesa/PIL scende rapidamente attestandosi al 14,9% nel 2050 ed al 13,7% nel 2060, con una decelerazione pressoché costante.

“La flessione del rapporto fra spesa pensionistica e PIL, nella prima parte del periodo di previsione, è largamente spiegata dall’aumento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento e dalla applicazione, pro rata, del sistema di calcolo contributivo. La successiva fase di crescita, evidenziata nella parte centrale del periodo di previsione, è dovuta all’incremento del rapporto fra numero di pensioni e numero di occupati indotto dalla transizione demografica, solo in parte compensato dall’innalzamento dei requisiti minimi di accesso al pensionamento. Tale incremento sopravanza l’effetto di contenimento degli importi pensionistici esercitato dalla graduale applicazione del sistema di calcolo contributivo sull’intera vita lavorativa. La rapida riduzione del rapporto fra spesa pensionistica e PIL, nella fase finale del periodo di previsione, è determinata dall’applicazione generalizzata del calcolo contributivo che si accompagna alla stabilizzazione, e successiva inversione di tendenza, del rapporto fra il numero di pensioni e il numero di occupati. Tale andamento si spiega con la progressiva eliminazione delle generazioni del baby boom e l’adeguamento automatico dei requisiti minimi di accesso al pensionamento in funzione della speranza di vita.” spiega il rapporto.

E tutto questo senza ancora mettere mano ad una riforma delle pensioni. L’Europa, insomma sembra non gradire. Viva l’Italia.

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Autore: Vincent Dimaggio

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