Supervirus Hiv creato in laboratorio: ricercatore contagiato “forse” per via aerea

Milano, 26 febbraio 2016 – E’ scattato l’allarme sicurezza nei laboratori di tutto il mondo dopo la diffusione della notizia del contagio di un ricercatore che si è infettato mentre manipolava un supervirus dell’Hiv. Si tratta del primo contagio al mondo da un virus non umano ma creato in laboratorio.

Sono stati proprio gli scienziati italiani a scoprire che il paziente recatosi all’ospedale San Gerardo di Monza per donare il sangue, era risultato positivo all’Hiv, ma sequenziandolo, hanno scoperto che non si trattava di un virus umano bensì di un supervirus dell’Hiv manipolato in laboratorio.

Uno dei medici che si è occupato del caso, finito al centro del dibattito della Conference on Retroviruses and Opportunistic Infections a Boston, negli Stati Uniti, è il dottor Andrea Gori, direttore del reparto Malattie infettive dell’ospedale San Gerardo di Monza, università di Milano-Bicocca.

Il dottor Gori spiega che quello che è accaduto tre anni fa al paziente, di cui si è saputo solo ora, deve spingere ad una riflessione sui livelli di biosicurezza dei laboratori in cui vengono manipolati e modificati geneticamente virus letali.

Il fatto strano, rilevato dai medici a cui la persona contagiata si è rivolta, è che dalla sua anamnesi non risultava alcun fattore di rischio, ma cosa ancor più incredibile è che, nel corso del suo lavoro in un laboratorio negli Stati Uniti, mentre manipolava il ceppo di virus Hiv sequenziato, non si era verificato alcun incidente, né un guanto bucato e neppure un contatto diretto con il materiale biologico, il virus gnerato in laboratorio, appunto.

TEoricamente il contagio sarebbe impossibile in questi casi, ma il dubbio è sorto quando gli scienziati hanno scoperto che nella manipolazione del supervirus si stava utilizzando un livello di biosicurezza 2, quando invece si sarebbe dovuto adottare un livello di biosicurezza 3, a causa della presenza della glicoproteina del Vsv, una sorta di cavallo di Troia per entrare nelle cellule.

Secondo Gori, il materiale genetico particolarmente pericoloso è stato manipolato in condizioni di sicurezza non corrette. La persona rimasta contagiata si occupava proprio di questi esperimenti: il vettore Hiv replicante legato alla glicoproteina del Vsv ha dato un costrutto di pericolosità immensa proprio in quanto replicante e legato a una glicoproteina che riesce a farlo entrare in moltissimi tipi di cellule del nostro organismo, non solo quelle prese a bersaglio dall’Hiv.

L’ipotesi al momento più avvalorata è che il contagio con il supervirus dell’Hiv possa essere avvenuto per via aerea.

“Il fatto che fosse legato alla glicoproteina del Vsv può in parte spiegare la maggiore contagiosità di questo costrutto. Contagio che potrebbe per ipotesi arrivare per via respiratoria. A bravissimo pubblicheremo un articolo sul caso” spiega il dottor Gori.

“Il ricercatore si è ritrovato a lavorare non con pezzi di virus, ma con il virus intero, che aveva dunque capacità di potersi replicare, e lo ha fatto a dismisura. Anche perché è stato inserito in una proteina, la G-VSV, che funziona come un cavallo di Troia perché può entrare in tutte le cellule, infettandole con il virus che si porta dentro. È probabile che la proteina abbia amplificato le possibilità di contagio che da solo il virus non avrebbe. Tanto che abbiamo ipotizzato il contagio per aerosol, attraverso le mucose, senza incidenti eclatanti. Quindi due incidenti: un virus intero e non pezzi di virus, e un laboratorio forse inadeguato per livello di sicurezza per quel tipo di intervento”, ha dichiarato Carlo Federico Perno, direttore del centro di Tor Vergata, a cui i medici del San Gerardo hanno chiesto la collaborazione per sequenziare tutto il virus.

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