Tumori, scoperto “Peptide”: riattiva il soppressore tumorale p53 bloccando la crescita tumorale

Roma, 30 novembre 2015 – Un team di ricercatori dell’Istituto di Biologia Cellulare e Neurobiologia del Cnr di Roma ha individuato nuovi bersagli terapeutici per la cura dei tumori umani mediante la riattivazione del soppressore tumorale, la proteina p53, grazie ad una sostanza denominata peptide.

[easy_ad_inject_1]La ricerca nella lotta contro il cancro sta facendo passi da gigante e ora grazie a questa nuova ricerca, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Cancer Research, i ricercatori hanno scoperto una sostanza, un peptide, in grado di “indurre la morte delle cellule tumorali e di bloccare la crescita di tumori nel topo. Inoltre, tale peptide è inattivo sulle cellule normali finora analizzate, facendo ipotizzare che questa nuova strategia possa essere ben tollerata dai tessuti sani”.

La proteina p53 è considerata uno dei fattori più importanti per il controllo dello sviluppo e della progressione dei tumori umani e, infatti, in quasi tutti i tumori umani è inattivata. Nel corso degli ultimi anni, per riattivare la proteina p53 sono state sviluppate diverse terapie mediante la “liberazione” di p53 dai suoi due inibitori MDM4 e MDM2, che però si sono rivelate incapaci di bloccare simultaneamente entrambi gli inibitorri.

Inoltre, tali approcci terapeutici sono risultati altamente tossici, tali da causare anche un danneggiamento dei tessuti sani. Partendo da diverse ricerche precedenti, il team di ricercatori dell’Istituto di Biologia Cellulare e Neurobiologia del Cnr, guidati dalla dottoressa Fabiola Moretti, ha messo a punto un nuovo approccio per riattivare la proteina p53 “interrompendo” la collaborazione tra i due inibitori.

Ed è così che è stato scoperto il peptide, una sostanza in grado di uccidere le cellule tumorali e di fermare la crescita dl cancro. I ricercatori ritengono che con questo nuovo approccio terapeutico, grazie al fatto che il peptide è inattivo sulle cellule normali, non dovrebbe creare alcun danno ai tessuti sani.

“Grazie a tecniche di biologia molecolare e cellulare è stato individuato un peptide in grado di riattivare il soppressore tumorale p53, portando alla morte le cellule cancerose. Questo peptide non funziona sulle cellule sane, ma solo su quelle tumorali che sono come una macchina accelerata. Attivando la p53 aumentiamo a tal punto la velocità della macchina che la cellula muore, ma senza danneggiare le cellule sane”

ha spiegato la dottoressa Moretti.

Lo studio è stato realizzato grazie al supporto di AIRC e del progetto CNR/Ministero dell’Economia e Finanza “FaReBio di qualità”. Il lavoro ha visto la collaborazione di ricercatori dell’Università di Perugia, dell’Università Cattolica di Roma, dell’Istituto Regina Elena di Roma, dell’Istituto Europeo per la ricerca sul cervello (EBRI)-Rita Levi Montalcini e dell’Università di Leuven in Belgio.

Tumore del rene. Carne alla griglia o fritta ad alte temperature aumenta rischio cancro al rene

Houston, Texas (Usa), 10 novembre 2015 – Le abitudini alimentari e le variazioni genetiche incidono fortemente sull’incidenza dei tumori e dopo l’ultimo allarme lanciato dall’Oms sul consumo di carni rosse trasformate ora giungono notizie di un altro studio americano secondo cui l’abitudine di grigliare o friggere le carni può incidere negativamente sulla nostra salute favorendo l’insorgenza dei tumori, in particolare di quello al rene.

[easy_ad_inject_1]Le carni bianche o rosse cotte a temperatura elevata, grigliate o saltate in padella, possono aumentare il rischio di cancro del rene. E’ quanto emerge da un nuovo studio condotto da un team di ricercatori dell’Università del Texas MD Anderson Cancer Center, guidati da Xifeng Wu.

Già nelle scorse settimane l’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha lanciato l’allarme sul consumo di carni rosse trasformate – come pancetta, salsicce e hot dog – che può causare il cancro, in particolare al colon e allo stomaco, associando il consumo di carni rosse ad un rischio più elevato di insorgenza delle neoplasie.

Questo nuovo studio, come già altri in precedenza, si è concentrato sul cancro del rene, neoplasia in aumento negli Stai Uniti e nei paesi in via di sviluppo, trovando un legame tra il consumo di carni grigliato o fritte e l’insorgenza del cancro al rene.

“Questo studio, ed altri simili, suggeriscono che il modo di cucinare la nostra carne potrebbe potenzialmente influenzare il rischio di cancro del rene. Bisogna limitare la quantità di tempo di cottura della carne a temperature molto elevate o su una fiamma aperta, come quella sulla brace, con conseguente assunzione di fumo, o carbonizzazione della carne stessa”

spiega il dottor Xifeng Wu, professore nel dipartimento di epidemiologia presso l’Università del Texas MD Anderson Cancer Center di Houston, negli Stati Uniti.

Per lo studio, i ricercatori hanno esaminato le diete e le informazioni genetiche di 659 pazienti con diagnosi di carcinoma a cellule renali (la forma più comune). La loro dieta e le informazioni genetiche sono state confrontate con quelle di 699 soggetti sani.

Dai risultati ottenuti è emerso che i malati di cancro al rene consumavano una quantità maggiore di carne bianca o rossa e solitamente erano abituati a cuocerla alla griglia o saltate in padella ad elevate temperature che causa lo sprigionamento di sostanze ed esalazioni nocive come gli idrocarburi policiclici aromatici o le ammine eterocicliche, che sono sostanze cancerogene.

Inoltre, i ricercatori hanno scoperto che specifiche variazioni genetiche risultavano più sensibili agli effetti nocivi di questi metodi di cottura della carne.

I ricercatori sottolineano che questo studio dimostra un legame tra il consumo di carne cotta ad alte temperature e il rischio di cancro del rene, ma non dimostra che il consumo di carne provoca il cancro. Sono perciò necessari ulteriori studi prospettici.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Cancer.

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Roma, intervento straordinario: asportato ad una donna tumore all’addome da 30 kg

Roma, 9 novembre 2015 – La sanità italiana conquista un altro primato premiando le eccellenze nostrane. E’ stato un intervento a dir poco straordinario quello eseguito qualche settimana fa presso l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma, dove l’équipe del Prof. Alfredo Garofalo ha asportato un enorme tumore all’addome ad una paziente, un liposarcoma retroperitoneale che aveva raggiunto il peso complessivo di 30 kg.

[easy_ad_inject_1]La paziente, che pesava in tutto 90 chili, è stata sottoposta ad un delicatissimo intervento per asportare la neoplasia, che è durato ben sette ore. La donna, 65 anni e madre di 3 figli, era stata rifiutata dagli ospedali del suo paese di origine che non avevano voluto operarla per le eccessive dimensioni della neoplasia. Giunta a Roma, i medici dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena hanno deciso di intervenire e ora la paziente sta bene, dopo appena due settimane di ricovero ed ora è affidata agli oncologi per il successivo trattamento adiuvante.

“I nostri istituti si confermano eccellenza chirurgica per tutti i tipi di tumori. Mi complimento con tutta l’equipe ed il personale coinvolto. Si conferma quindi quanto evidenziato nella certificazione Europea di recente conseguita (OECI): che il nostro centro oncologico ha una chirurgia in grado di intervenire in tutti i tipi di tumori e soprattutto quelli più complessi. E’ stato inoltre un bel battesimo per le nuove sale operatorie integrate e multimediali”

ha commentato Marta Branca, commissario straordinario degli IFO.

La paziente, che era sempre stata in buona salute, ha iniziato ad accusare problemi nel mese di aprile con sintomi quali inappetenza, vomito ed un aumento voluminoso dell’addome. Nel suo Paese le è stato diagnosticato un tumore di origine lipomatosa.

“Considerate le dimensioni enormi della lesione nessun ospedale contattato si è offerto di sottoporla ad asportazione chirurgica. La signora è giunta alla nostra osservazione a fine estate tramite alcuni familiari residenti in Italia. Dopo gli accertamenti di rito, grazie all’exertise propria dell’unità operativa dell’apparato digerente e peritoneo, la paziente è stata operata dall’equipe guidata dal Prof. Alfredo Garofalo, gli aiuti Mario Valle, Fabio Carboni, Orietta Federici e le anestesiste Alessandra Costantino e Luana Fabrizi, oltre strumentisti ed infermieri. L’esame istologico ha confermato che si trattava di liposarcoma retroperitoneale del peso complessivo di 30 kg”

si legge in una nota dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena.

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Cancro: tra cinque anni sarà possibile diagnosticarlo da una goccia di sangue

Amsterdam (Paesi Bassi), 3 novembre 2015 – Svolta rivoluzionaria nel campo della ricerca contro il cancro. Una semplice goccia di sangue può essere sufficiente per diagnosticare il cancro in fase precoce e tra cinque anni tutto ciò sarà possibile grazie ad una nuova tecnica sviluppata dai ricercatori dell’Università Vrije di Amsterdam, nei Paesi Bassi.

[easy_ad_inject_1]Il test, disponibile tra 5 anni, secondo quanto riferiscono i ricercatori, servirà ad individuare i cosiddetti grandi tumori come quello al seno, alla prostata e al polmone, fornendo una diagnosi precoce della neoplasia con un semplice prelievo di sangue.

“Il test finora è riuscito ad identificare la malattia nel 96% di casi. Siamo ancora in una fase sperimentale, ma potremo metterlo a punto e renderlo disponibile in 5 anni. E’ importante identificare la malattia in fase iniziale. Questa tecnica potrà salvare molte vite”

ha detto Tom Würdinger, coordinatore dello studio del Cancer Center di Amsterdam.

Le piastrine hanno una caratteristica così unica che si può vedere dov’è il cancro, dicono i ricercatori. Infatti, la nuova tecnica messa a punto è in grado non solo di diagnosticare il tumore ma anche comprendere di che tipo di neolpasia si tratta e dove è situata nel corpo.

“In questo modo possiamo scoprire se i pazienti hanno la malattia in una fase iniziale, fornendogli una migliore prognosi. Ciò comporta che il tasso di sopravvivenza aumenta, e il costo delle cure diminuisce perché si spende meno tempo ad avere a che fare con il cancro diagnosticato in tempo per intervenire con maggior efficacia delle terapie”

ha spiegato Würdinger.

La sperimentazione ha coinvolto un totale di mille pazienti con dodici diversi tipi di cancro. Il test ha avuto una precisione di identificazione del tumore nel 95% dei casi. soltanto per il tumore al cervello il test si è rivelato meno preciso, con un punteggio dell’85%, ma questo, dicono i ricercatori, è di gran lunga il miglio risultato rispetto al test del sangue presentato da un gruppo di ricerca internazionale che diagnosticava il cancro dall’esame del DNA presentato nel 2014.

Per lo studio i ricercatori si sono concentrati sulle piastrine del sangue che sono in grado di fornire informazioni sulla presenza del cancro nel corpo, caratterista di cui finora non se ne sapeva nulla. Dal loro esame si può risalire ad esempio alla presenza del cancro al seno, al colon o al polmone.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica Cancer Cell.

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Zoe e Liù, i “cani dottori” che fiutano il tumore alla prostata

Milano, 2 novembre 2015 – Cani in grado di fiutare il tumore alla prostata dalle urine dei pazienti con una precisione diagnostica superiore al 97%. E’ il risultato di uno studio condotto presso l’Istituto Humanitas di Rozzano che, grazie a due esemplari femmine di pastore tedesco, Zoe e Liù, ha rivelato la capacità dei cani di riconoscere i composti volatili che si trovano nelle urine.

[easy_ad_inject_1]Lo studio sulla diagnostica del carcinoma alla prostata è stato coordinato dal dottor Gianluigi Traversa dell’istituto clinico Humanitas di Rozzano, in provincia di Milano, con la collaborazione del centro militare veterinario dell’esercito, a Grosseto.

Zoe e Liù erano già cani anti-mina, hanno avuto il compito di segnalare, grazie al loro olfatto, le urine di pazienti affetti da tumore alla prostata. L’esperimento, illustrato nel corso del Festival della Scienza che si è concluso ieri a Genova, ha dimostrato che la capacità di percezione della malattia da parte dei due pastori tedeschi femmine è stata fino a 5 volte più efficace del test del Psa.

Per verificare la capacità olfattiva dei cani sono stati utilizzati campioni di urine di oltre 900 pazienti, di cui 362 provenienti da pazienti affetti da neoplasia prostatica e 540 da soggetti sani. Dai risultati ottenuti è emerso che i due cani erano riusciti ad individuare, nella stessa misura, si il cancro alla prostata in stadio avanzato che quello a basso rischio.

“Tutto è nato dall’intuizione di un medico inglese circa trent’anni fa. Disse che il suo cane aveva scoperto un melanoma alla moglie, pubblicò la notizia e io lo contattai. Da quel momento incominciai a lavorare per capire se l’esperienza del medico inglese poteva essere fantascienza o realtà. Il tumore prostatico ha un odore particolare e ora il prossimo passo sarà quello di capire quali sono le molecole e cosa annusa il cane. Stiamo collaborando con Stati Uniti, Giappone, Olanda e Inghilterra per realizzare uno strumento in grado di affiancare il cane e per capire quale tipo di metabolismo neoplastico cellulare determina quell’odore particolare”

ha spiegato Traversa, responsabile della sezione di Patologia prostatica dell’istituto clinico Humanitas.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sul Journal of Urology.

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Tumori, Aiom: al via la campagna di prevenzione contro il fumo per gli under 14

Roma, 26 ottobre 2015 – Ogni anno il fumo causa centomila nuovi tumori, sono numeri da vera e propria epidemia che può essere evitata facendo prevenzione. Ma la preoccupazione degli esperti si rivolge in particolare ai più giovani, sono infatti in forte aumento i baby fumatori, quelli che si avvicinano alla sigaretta già nei primi anni dell’adolescenza. Tutto ciò contribuisce ad un incremento dei casi di neoplasie diagnosticate: il tabacco è, infatti, responsabile ogni anno di circa il 30% di tutte le morti per tumore.

[easy_ad_inject_1]Per arrestare le conseguenze allarmanti di questo fattore di rischio evitabile, l’AIOM, l’Associazione Italiana di Oncologia Medica, promuove la prima campagna nazionale realizzata nel nostro Paese dedicata esclusivamente agli adolescenti (11-14 anni), per prevenire il primo approccio alla sigaretta dei più giovani, specie delle ragazzine. Il progetto è presentato nel corso del XVII Congresso nazionale della società scientifica che si è tenuto a Roma.

“Il nostro obiettivo è educare e responsabilizzare gli under 14 sulla pericolosità e le conseguenze del fumo. A partire da gennaio 2016 l’iniziativa interesserà 100 scuole medie inferiori dislocate su tutto il territorio nazionale fino al termine dell’anno scolastico. Coinvolgeremo testimonial sportivi e del mondo dello spettacolo. Infatti per raggiungere anche tutti gli altri istituti italiani che non potranno essere coinvolti nel programma di lezioni frontali sarà registrata una lezione-video con il testimonial che sarà pubblicata e diffusa su un sito internet dedicato alla campagna. Tutte le scuole italiane saranno invitate a proiettare questa lezione ‘speciale’ di approfondimento e prevenzione sul fumo in classe. Sarà sviluppata anche una app con giochi e quiz per illustrare ai ragazzi la pericolosità di questo vizio e i benefici che derivano da stili di vita sani”

ha spiegato il professor Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM.

Parte dunque l’offensiva dell’Aiom per contrastare un fenomeno in forte crescita, appunto quello dei baby fumatori. Il fumo di sigaretta è causa di diverse forme di cancro tra cui per l’85-90% di quelli al polmone, il 75% alla testa e collo, in particolare a laringe e faringe, il 25-30% al pancreas, oltre al cancro della vescica. Il fumo, inoltre, aumenta del 50% la probabilità di sviluppare una neoplasia del rene e fino a 10 volte all’esofago.

Nel nostro Paese ci sono 10,9 milioni, pari al 20,8% della popolazione: di cui 6,3 milioni uomini (25,1%) e 4,6 milioni donne (16,9%). Secondo i dati rilevati da Doxa, si inizia a fumare mediamente verso i 17-18 anni ma il 72% dei tabagisti ha acceso la sua prima sigareta tra i 15 e i 20 anni e il 12,9% prima dei 15 anni.

“Troppi adolescenti accendono la prima sigaretta a 13 anni o ancora più giovani. Per il 25% dei 15enni italiani e il 22% delle ragazze della stessa età l’abitudine al fumo inizia proprio sui banchi delle scuole medie inferiori. Preoccupa in particolare l’aumento del vizio fra le donne”

sottolinea la professoressa Silvia Novello, presidente WALCE Onlus (Women Against Lung Cancer in Europe) e docente presso il Dipartimento di Oncologia Polmonare all’Università di Torino.

“Secondo l’American Cancer Society, il consumo di tabacco è responsabile ogni anno di circa il 30% di tutte le morti. In Italia questa stima corrisponde a più di 180mila decessi annui evitabili, dovuti a tumori, malattie cardiovascolari e dell’apparato respiratorio. È importante sottolineare che smettere di fumare riduce, dopo 5 anni, del 50% il rischio di sviluppare tumori del cavo orale, dell’esofago e della vescica e, dopo 10 anni, si dimezza la probabilità di avere una diagnosi di cancro del polmone. Proprio quest’ultima è la neoplasia che risente di più del vizio. La probabilità di svilupparla aumenta di 14 volte nei tabagisti rispetto ai non fumatori e fino a 20 volte nelle persone che consumano oltre 20 sigarette al giorno”

ha detto il professor Carmine Pinto.

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Tumore al seno: un successo la campagna di prevenzione #fatelevedere

Milano, 23 ottobre 2015 – La prevenzione è la prima arma per sconfiggere il tumore al seno. Con un corretto stile di vita ed un programma di controlli è possibile ridurre il rischio di ammalarsi. E Lilt accende i fari della prevenzione con il progetto di sensibilizzazione con una web App dedicata “#fatelevedere“.

[easy_ad_inject_1]Dopo le polemiche, poi sfumate, sull’immagine del seno nudo di Anna Tatangelo utilizzata per la campagna Nasstro Rosa, la Lilt punta dritta al cuore delle donne per invogliarle sempre di più a fare prevenzione, perché di tumore al seno, ancora oggi, si muore e si deve agire in tempo per poter sconfiggere questa neoplasia.

Il progetto Nastro Rosa della Lilt di Milano #fatelevedere, pre la prevenzione del tumore al seno, con cui si invita le donne a fotografarsi a seno nudo, senza alcun timore, e a postare l’immagine grazie alla web App, sta riscuotendo un enorme successo. Tramite la web App sarà possibile editare e pubblicare una propria foto in bianco e nero sui social con un cartello che copre il seno nudo con la scritta #fatelavedere.

“Perché partecipare? Perché se lo fai tu, lo farà anche qualche tua amica. E le amiche della tua amica. E così via. E anche chi non lo fa, vedrà e capirà l’importanza del messaggio”

scrive la Lilt.

Da sempre attenta alla diffusione della cultura della prevenzione, in occasione della Campagna Nastro Rosa di LILT – Lega Italiana per la Lotta ai Tumori (1-31 ottobre ) dedicata alla diagnosi precoce del tumore al seno, molte strutture ospedaliere ospiteranno la mostra fotografica itinerante #FATELEVEDERE, per sensibilizzare le ragazze e le donne sulla cultura della prevenzione e della diagnosi precoce.

Non c’è dunque nulla di male a mostrarsi a seno nudo se lo si fa per una buona causa qual’è quella della prevenzione dei tumori. Non è uno degli altri modi per sfruttare il corpo delle donne, come affermano i critici.

Il tumore della mammella ad oggi è una malattia in costante aumento, soprattutto tra le ragazze giovani, ma grazie alla sensibilità ai temi della prevenzione e al miglioramento delle terapie, è sempre più curabile, specialmente se diagnosticato in fase non avanzata.

“Nella popolazione femminile con meno di 49 anni di età, e dunque esclusa dai programmi di screening mammografico, l’incidenza del tumore al seno è aumentata del 20%. Questi dati suggeriscono da un lato la necessità di selezionare meglio il campione di donne da sottoporre a screening e di includere anche le donne sopra i 40 anni”

spiega il dott. Marco Alloisio, responsabile della Chirurgia Toracica di Humanitas e presidente della sezione milanese di LILT che ospiterà la mostra dal 19 al 30 ottobre.

#fatelevedere è un messaggio che vuole diventare virale. Per questo è stata realizzata anche una web app fatelevedere.it, tramite la quale è possibile caricare, editare e pubblicare sui canali social una propria fotografia in bianco e nero con, all’altezza del seno, un cartello riportante la scritta #fatelevedere. Un invito a tutte le donne a volersi bene e a prendersi cura di sé.

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Nel dna degli elefanti il segreto per combattere il cancro: il gene Tp53

Salt Lake City (USA), 14 ottobre 2015 – Il segreto per combattere il cancro anche nell’uomo potrebbe nascondersi nel dna degli elefanti. Lo rivelano i risultati di una ricerca americana condotta dall’University of Utah e dell’Arizona State University che ha fatto luce sul perché gli elefanti si ammalano così raramente di cancro.

[easy_ad_inject_1]Gli scienziati ora sostengono di conoscerne la motivazione. Per decenni si sono chiesti perché gli elefanti e i grandi mammiferi, in generale, sono meno soggetti a neoplasie rispetto ai piccoli mammiferi, uomo compreso. Il segreto starebbe tutto in un gene, il Tp53, un noto soppressore tumorale che protegge i pachidermi dall’insorgenza di diverse forme tumorali, grazie al quale viene impedita la moltiplicazione cellulare incontrollata.

Dallo studio è emerso che negli elefanti il gene Tp53 è presente in grande quantità, , hanno 20 copie del gene, cioè 40 tipi di geni Tp53, 20 volte in più degli esseri umani, che ne hanno solo due. Solo il 4,8% dei decessi noti di elefanti è legato al cancro, per l’uomo, invece, i decessi correlati al cancro sono molto più comuni, tra l’11 e il 25%.

Il gene Tp53 è chiamato anche il “guardiano del genoma” per la sua capacità di creare una proteina che sopprime i tumori. L’uomo ne ha solo una copia (due alleli) di questo gene.

Due studi di due diversi gruppi di scienziati hanno risolto parte di questo mistero scoprendo che la maggior parte degli organismi hanno geni nel loro corpo che cercano di riparare o uccidere le cellule danneggiate prima che possano causare problemi: sono i geni TP53.

Nel corso di tre anni, il gruppo di scienziati, guidati dall’oncologo pediatrico Joshua Schiffman del Huntsman Cancer Institute di Salt Lake City, negli Stati Uniti, ha eseguito gli esperimenti che mostrano come queste copie in più del gene TP53 aiutino gli elefanti respingere il cancro.

Per lo studio gli scienziati hanno analizzato le difese immunitarie degli elefanti danneggiando il dna dei globuli bianchi prelevati dagli animali per osservare la risposta dell’organismo.

I ricercatori si aspettavano che le cellule degli elefanti provviste di tutti quei geni Tp53 in più riuscissero a ripararsi più velocemente delle cellule umane, ma non è stato così. I ricercatori hanno osservato che le cellule di elefante stavano morendo ad un ritmo molto più elevato rispetto a quelle umane e anche se questo può sembrare un fatto negativo, in realtà non lo è. Infatti, spiegano i ricercatori, parte della strategia del gene Tp53 è di provocare il suicidio di una cellula danneggiato piuttosto che trasmettere mutazioni potenzialmente nocive.

“Gli elefanti non si fanno alcun problema ad uccidere le cellule ‘sospette’. Se ucidi la cellula danneggiata non potrà più trasformrsi in cancro. La natura ha già capito come prevenire il cancro, sta a noi imparare come i diversi animali affrontano il problema, in modo da poter adeguare tali strategie alla prevenzione del cancro nelle persone. Un nuovo approccio alla prevenzione del cancro potrebbe essere proprio quello di riuscire a bloccare il processo di moltiplicazione di una cellula danneggiata prima che possa far crescere il tumore”

spiega Joshua Schiffman, coautore dello studio.

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Malasanità. Le asportano utero e ovaie per errata diagnosi di cancro: condannati ospedale e medici

Pisa, 28 settembre 2015 – Il giudice Marco Viani del Tribunale civile di Pisa ha condannato in primo grado l’Asl 5, l’Azienda ospedaliera Lotti di Pontedera e i professori Virgilio Facchini e Orlando Goletti, a risarcire il danno quantificato in 45 mila euro ad una 66enne di Collesalvetti a cui era stato erroneamente diagnosticato un tumore e che le aveva fatto decidere di farsi asportare l’utero e le ovaie.

[easy_ad_inject_1]Il caso di malasanità risale alla fine del 2005 quando i medici del Santa Chiara diagnosticarono alla donna un cancro all’utero da trattare con la rimozione dello stesso. Secondo la ricostruzione dei fatti, i medici avrebbero sconsigliato alla donna l’intervento per controindicazioni all’anestesia ma lei decise di eseguirlo comunque al Lotti di Pontedera preoccupata dalla diagnosi infausta rivolgendosi ad un altro specialista, il dottor Orlando Goletti, che a quei tempi era direttore della chirurgia generale dell’ospedale dove la donna decise di sottoporsi all’intervento chirurgico.

Alla 66enne furono così rimossi l’utero e le ovaie. Tuttavia, dagli esami citologici effettuati sugli organi che le erano stati asportati è emerso che i reperti – dice la sentenza – erano di natura benigna e non si trattava dunque di un carcinoma ma, semplicemente, la donna era risultata affetta da una patologia infiammatoria e non di una neoplasia, e proprio per questo l’asportazione era stata del tutto inutile.

E’ stato così che la donna ha deciso di chiedere il risarcimento dei danni Asl 5, all’Azienda ospedaliera pisana e ai professori Virgilio Facchini e Orlando Goletti, come riporta Il Tirreno, avendone ragione almento nel primo grado di giudizio. Le parti condannate hanno infatti già presentato appello contro la sentenza emessa dal giudice Marco Viani del tribunale di Pisa.

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Tumore alla mammella. Un test del sangue predice la recidiva del cancro

Londra (Regno Unito), 28 agosto 2015 – Un test del sangue è in grado di predire la recidiva del tumore al seno dopo il trattamento, ben otto mesi prima che la neoplasia venga individuata dai medici. Lo rivelano i risultati di una ricerca britannica condotta presso l’Institute of Cancer Research di Londra, guidata da Nick Peel.

[easy_ad_inject_1]La crescita del tumore inizia da una singola cellula cancerosa. Se nel corso dell’intervento chirurgico, il medico non elimina tutte le cellule cancerose, il tumore può ritornare. Ed è in questi casi, appunto, che si parla di recidiva. Basta una singola cellula cancerosa per far ritornare a crescere il tumore in altre parti del corpo.

Per lo studio, gli scienziati del Cancer Research di Londra hanno analizzato il Dna mutato del tumore e poi hanno continuato ad osservare le mutazioni nel sangue. In 12 casi su 15 pazienti che hanno avuto la recidiva, l’esame del sangue ha predetto la ricomparsa della neoplasia. Nelle altre tre pazienti il tumore si era diffuso al cervello, dove la protezione della barriera emato-encefalica avrebbe impedito ai frammenti del cancro di entrare nel flusso sanguigno.

Il loro sangue è stato testato a intervalli di sei mesi, e i medici sono stati in grado di predire in modo “molto preciso” quali pazienti avrebbero avuto più probabilità di avere una recidiva del tumore.

La speranza dei ricercatori è che l’individuazione del cancro con anticipo significherebbe intervenire precocemente con i trattamenti anticancro, come la chemioterapia, e migliorare le probabilità di sopravvivenza delle pazienti.

“Trovare modi meno invasivi di diagnosi e monitoraggio del cancro è importante. I campioni di sangue sono un possibile modo di raccogliere informazioni cruciali circa la malattia, pescando frammenti di Dna tumorale rilasciati nel sangue del paziente. Stiamo parlando di un principio che potrebbe potenzialmente essere applicato a qualsiasi tipo di cancro che è passato attraverso il trattamento iniziale per il quale c’è il rischio di recidiva in futuro”

ha commentato Nick Peel, dal Cancer Research UK.

“Il nostro è il primo studio a dimostrare che questi esami del sangue potrebbero essere utilizzati per prevedere la recidiva. Abbiamo usato anche analisi del sangue per costruire un quadro di come il cancro si stava evolvendo nel tempo, e questa informazione potrebbe essere preziosa per aiutare i medici a selezionare i farmaci giusti per curare il cancro”

ha detto il Dr Nicholas Turner, consulente oncologo presso il Royal Marsden NHS Foundation Trust.

Tuttavia – aggiunge Nick Peel- c’è molta strada da fare prima che questo test del sangue possa essere utilizzato di routine dai medici negli ospedali.

Lo studio è stato pubblicato su Science Translational Medicine.

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