Toy Like Me: dall’idea di tre amiche arrivano le prime bambole con disabilità

Londra, 26 maggio 2015 – Un giocattolo come me, questo il significato di Toy like me. L’idea è partita da un gruppo di genitori con il lancio di una campagna online per la realizzazione di una nuova generazione di giocattoli che aprisse nuove prospettive di gioco ai bambini disabili, una campagna social che è diventata subito virale. Alcuni genitori di bambini disabili, in particolare tre amiche, erano talmente delusi dai giocattoli tradizionali che hanno cominciato a modificarli da soli, affinché i figli con disabilità riuscissero ad interagire meglio con i loro giochi.

Ed ecco che un produttore di giocattoli britannico, Makies, ha raccolto la sfida creando, grazie alla stampa 3D, una gamma di bambole con disabilità visive come bastoni da passeggio, apparecchi acustici e voglie sul volto. Questi piccoli modelli di giocattoli sono, dunque, la risposta alla campagna online Toy Like Me, che critica le rappresentazioni limitate di giocattoli disponibili per i bambini con disabilità. Ognuna della bambole prodotte presenta differenti caratteristiche, come cicatrici, angiomi, un’altra ha un bastone da passeggio che fa capire che è non vedente, mentre un’altra indossa un apparecchio acustico.

In pratica, le Makie Dolls sono progettate su misura per ogni bambina/o, l’azienda produttrice ha previsto che i genitori potranno ordinare le caratteristiche facciali delle bambole che assomigliano ai loro figli. Con l’utilizzo della stampa 3D, ad esempio, i genitori potrebbero creare bambole con la stessa voglia facciale come quella che ha la loro figlia.

L’azienda produttrice ha anche annunciato che stanno già lavorando ad una versione di bambole sulla sedia a rotelle e ci sono in sperimentazione ulteriori diverse versioni che aiuteranno i bambini disabili ad interagire meglio con i loro giocattoli “diversi”.

“Possiamo rispondere a un bisogno che non è soddisfatto dalle aziende di giocattoli tradizionali. E’ fantastico. Proprio come gli esseri umani, non esistono due Makies uguali.Speriamo di reendere felici alcuni bambini e i loro genitori con questi nuovi accessori inclusi”

ha dichiarato Matthew Wiggins, Chief Technology Officer di MakieLab.

Intanto, felici per la coraggiosa risposta di Makies al loro appello, il gruppo Facebook creato dai genitori di bambini disabili sta invitando altri grandi produttori di giocattoli a seguire il suo esempio.

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Autore: Vincent Dimaggio

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Un pensiero riguardo “Toy Like Me: dall’idea di tre amiche arrivano le prime bambole con disabilità”

  1. Ma a nessuno viene in mente che i bambini, disabili e non, devono essere liberi di “rappresentarsi” nei loro giochi e non di “essere rappresentati”??? Quando le bambole erano bambole, cioè bambini di cui prendersi cura “da adulti” da “mamme e papà” e non pupattole e veline stile Barbie o altre lolite plastificate, questo problema non c’era perché la bambina (ma anche, più raramente, il bambino) non si identificava affato con la bambola, se mai “proiettava” sulla bambola (che proprio per questo era di solito il simulacro piuttosto “neutro” di un infante di pochi mesi o un neonato) il proprio immaginario, inventava caratteri, condizioni, ambienti e situazioni. La bambola non è il personaggio definito dal costruttore con cui la bambina deve identificarsi, ma uno strumento il “medium” attraverso cui esprime creativamente il suo mondo di sentimenti, desideri, paure, fantasie. La prima cosa indottrina e imprigiona, l’altra libera e fa crescere. Ricordo che talvolta facevo ammalare le mie bambole per inscenare situazioni difficili con corse all’ospedale, pericoli da evitare, nemici da sconfiggere, catastrofi naturali, ostacoli da superare, di solito eroicamente e con immancabile successo. Ricordo, di aver sottoposto a cure tipo bendaggi e ingessature le mie bambole: il tutto con materiale di recupero, pezzi di tela, di legno, pezzi di altri giochi. Dopo le cure le bambole guarivano. Io, imprigionata nei busti della mia scoliosi evolutiva di cui avrei dovuto continuare ad occuparmi a vita (e lo sapevo), volevo che le mie bambole guarissero ed ero contenta così, come qualsiasi madre che tanto è pronta ad accettare qualsiasi malattia dei suoi figli tanto desidera che siano il più possibile sani e forti. Ma la vogliamo smettere di tormentare i bambini, disabili e non, coi nostri pruriti politicamente corretti, con le nostre ipocrisie, con i nostri ideologismi? Da disabile di 65 anni, vi giuro che non se ne può più! I giochi devono permettere ai bambini di immaginare quello che vogliono. Nessuno impedisce a un bambino Down di immaginare la sua bambola Down, SE VUOLE, nessuno impedisce a una bambina in carrozzella di inventarsi, usando un camioncino o qualcosa con le rotelle, di mettere la bambola in carrozzella SE NE HA BISOGNO, nessuno impedisce a una bimba con apparecchio acustico di simulare un apparecchio con un pezzetto di filo plastificato, per la sua bambola SE LO DESIDERA. Questa infelice trovata invece non dà scampo ai disabili che si sentono sì riconosciuti ma, guarda caso, non come persone “anche” disabili, ma come esseri completamente e rigidamente identificati da se stessi e dagli altri col proprio specifico stigma. Basta! Piantatela!

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