Tumore al seno: in 23 anni mortalità diminuita del 30% grazie a nuove terapie target

Roma, 16 novembre 2015 – Negli ultimi 23 anni il tasso di mortalità per tumore al seno è diminuito del 30%, risultati positivi ottenuti soprattutto grazie alla diagnosi precoce e alle nuove terapie con farmaci mirati per sconfiggere una delle neoplasie che più colpisce le donne.

[easy_ad_inject_1]In Italia oggi vivono 692.955 donne che hanno avuto il cancro al seno, con un aumento del 19% rispetto al 2010 e circa due terzi di loro possono dire di essersi lasciate la neoplasia alle spalle, avendo ricevuto la diagnosi da oltre cinque anni.

“Si è registrato negli ultimi vent’anni un aumento costante e progressivo dell’incidenza del tumore al seno, ma la mortalità, dopo il picco negli anni ’80, è diminuita. È migliorata anche la durata della sopravvivenza nelle pazienti con patologia in stadio avanzato. Purtroppo molte di queste donne, nonostante i passi in avanti e l’incremento della durata della loro vita, non ce la fanno. Da qui la necessità di ottimizzare i trattamenti disponibili e individuare nuove soluzioni. Le terapie target hanno determinato benefici evidenti, in termini di riduzione della mortalità ma soprattutto di miglior qualità di vita. Le molecole a bersaglio, inoltre, possono essere impiegate in pazienti selezionate, con un utilizzo estremamente mirato e appropriato delle risorse. Va quindi affinata la ricerca sui marcatori biologici così da trattare solo chi sappiamo ha maggiori possibilità di rispondere”

spiega il prof. Francesco Cognetti, direttore dell’Oncologia Medica del Regina Elena e presidente del Convegno International Meeting on New Drugs in Breast Cancer giunto alla quarta edizione.

E proprio i nuovi trattamenti sono stati al centro del dibattito che si è svolto a Roma presso il Regina Elena, che ha visto la partecipazione di oltre 200 esperti provenienti da tutto il mondo.

Nel futuro, spiegano gli esperti, la lotta al cancro al seno sarà caratterizzata da una terapia sempre più mirata e personalizzata per colpire la singola neoplasia del singolo paziente.

Come sottolinea Cognetti, “è improprio palare di tumore al seno, si deve piuttosto utilizzare il plurale, perché le differenze biologiche sono tali da configurare vere e proprie patologie diverse. Il carcinoma della mammella è fra quelli che più hanno beneficiato della target therapy”.

Uno dei tipi di tumore alla mammella più aggressivi è HER2 positivo (la sigla sta ad indicare la proteina prodotta da un gene specifico), che ogni anno in Italia colpisce più di 10 mila donne. E la positività per il tumnore al seno HER2 si registra in circa il 20% dei casi. Secondo gli esperti del settore sono proprio le pazienti che presentano questa espressione biomolecolare che possono beneficiare delle terapie mirate.

“Dovrebbe essere ovvio che per somministrare un farmaco cosiddetto ‘mirato’ ci si debba assicurare di quanto ‘bersaglio’ sia presente nelle cellule tumorali. Tuttavia, nella pratica clinica siamo tuttora ancorati al concetto di ‘positività’ e ‘negatività’, senza chiederci se la ‘quantità’ di un recettore o di una chinasi in generale sia importante per la risposta terapeutica. A mio modo di vedere, è un po’ come andare a pesca in un lago dove sappiamo che ci sono pesci, ma non sappiamo quanti e sperare che abbocchino. L’esempio forse più eclatante è il cancro della mammella HER2-positivo. Sappiamo che questo sottotipo risponde molto bene a terapie come trastuzumab, però è altrettanto evidente che, all’interno di questa popolazione, troviamo differenze di espressione del recettore fino a 100 volte. E abbiamo dimostrato, con differenti tecniche, che quanto più HER2 è presente nelle cellule tumorali, tanto più la paziente ha probabilità di rispondere”

ha commentato il prof. Maurizio Scaltriti, direttore del José Baselga Lab, Human Oncology and Pathogenesis Program (HOPP) al Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York.

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Autore: Vincent Dimaggio

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